Da cosa dipende il colore dei capelli? Il fattore principale è la melanina incorporata nel capello mentre cresce. Tipo, quantità e distribuzione del pigmento determinano gran parte delle differenze tra capelli neri, castani, biondi e rossi.
La genetica ha un ruolo centrale, ma non esiste un singolo “gene del colore dei capelli”. Sono coinvolti numerosi geni e regioni del DNA, tra cui il noto MC1R. E il colore non è necessariamente identico per tutta la vita: può scurirsi durante l’infanzia e, con l’invecchiamento, la produzione di pigmento tende progressivamente a ridursi fino alla comparsa dei capelli grigi o bianchi.
In breve
Il colore naturale dei capelli deriva soprattutto da due tipi di melanina:
- eumelanina, pigmento bruno-nero;
- feomelanina, pigmento giallo-rossastro particolarmente importante nelle tonalità ramate e rosse.
I capelli neri e castani contengono più eumelanina; quelli biondi ne contengono molto meno, mentre nei capelli rossi la feomelanina ha un ruolo predominante. Non esiste invece una “melanina grigia”: l’aspetto grigio deriva soprattutto dalla presenza contemporanea di capelli ancora pigmentati e capelli che hanno perso gran parte o tutto il pigmento.
Come si forma la melanina nel capello
La melanina viene prodotta dai melanociti, cellule specializzate presenti nel follicolo pilifero. Durante la fase di crescita del capello, i melanociti attivi del bulbo producono il pigmento all’interno di piccoli organelli chiamati melanosomi.
La melanogenesi, cioè la produzione della melanina, parte dall’amminoacido tirosina. Un enzima fondamentale, la tirosinasi (TYR), avvia le reazioni che portano alla formazione dei pigmenti. I melanosomi vengono poi trasferiti ai cheratinociti destinati a costituire il fusto del capello.
Questi passaggi sono descritti anche nella revisione del 2025 sulla genetica della pigmentazione umana.
Il pigmento viene quindi inserito nel capello mentre questo si sta formando all’interno del follicolo. È utile distinguere questo processo dal semplice aspetto esterno del fusto: una volta emerso dalla cute, il capello è una struttura cheratinizzata e non può ricevere nuova melanina dal follicolo.
Eumelanina e feomelanina: perché esistono colori diversi
Secondo MedlinePlus Genetics della National Library of Medicine, tipo e quantità di melanina spiegano una parte fondamentale delle differenze cromatiche.
In termini semplificati:
- una quantità elevata di eumelanina è associata ai capelli neri;
- quantità intermedie di eumelanina producono diverse tonalità di castano;
- quantità molto basse di eumelanina sono caratteristiche dei capelli biondi;
- una prevalenza di feomelanina, accompagnata da poca eumelanina, è tipica dei capelli rossi.
La distinzione è più complessa di una semplice miscela di due colori: contano anche distribuzione dei melanosomi, concentrazione del pigmento e altri aspetti della biologia del follicolo.
MC1R è importante, ma non è “il gene dei capelli rossi”
Tra i geni più studiati c’è MC1R, che contiene le istruzioni per produrre il recettore della melanocortina 1 sulla superficie dei melanociti.
Quando questa via di segnalazione funziona in un determinato modo, viene favorita la produzione di eumelanina. Alcune varianti che riducono la funzione di MC1R spostano invece l’equilibrio verso la feomelanina e sono fortemente associate ai capelli rossi.
Presentare MC1R come un semplice interruttore “acceso = capelli scuri, spento = capelli rossi” sarebbe però fuorviante. Il colore è un tratto poligenico: il fenotipo finale dipende dall’azione combinata di molte varianti genetiche.
Lo studio del 2018: 124 loci, non 124 “geni del colore”
Una grande meta-analisi pubblicata su Nature Genetics nel 2018 ha esaminato 290.891 persone di ascendenza europea. I ricercatori hanno identificato 123 loci autosomici e un locus sul cromosoma X significativamente associati al colore dei capelli; tutti tranne 13 erano riportati come nuovi in quell’analisi.
È importante parlare di loci, non semplicemente di 124 geni: un locus è una regione del genoma associata statisticamente al tratto e non coincide necessariamente con un singolo gene responsabile.
Lo studio riguardava inoltre persone di ascendenza europea. I risultati non possono essere trasferiti automaticamente, con le stesse prestazioni predittive, a tutte le popolazioni.
Come si eredita il colore dei capelli
Proprio perché sono coinvolte molte varianti, il colore dei capelli non segue una semplice regola del tipo “castano dominante, biondo recessivo”.
Ogni figlio riceve una combinazione diversa delle varianti genetiche dei genitori. Per questo fratelli e sorelle possono avere tonalità differenti e due genitori con capelli simili possono avere un figlio con un colore sensibilmente diverso.
Per comprendere meglio questo meccanismo può essere utile partire da come vengono ereditati i caratteri genetici dai genitori, ricordando che i caratteri poligenici sono molto più complessi degli esempi mendeliani basati su un singolo gene.
Perché il colore dei capelli cambia crescendo
Perché i capelli dei bambini possono scurirsi
È abbastanza comune che bambini con capelli molto chiari sviluppino una tonalità più scura durante l’infanzia o l’adolescenza, soprattutto nelle popolazioni di origine europea.
Il fenomeno è noto, ma il meccanismo preciso non è ancora completamente chiarito. MedlinePlus Genetics riporta l’ipotesi che alcune proteine coinvolte nella pigmentazione diventino più attive durante la crescita, forse anche in relazione ai cambiamenti ormonali vicini alla pubertà. È quindi più corretto parlare di un’ipotesi biologicamente plausibile che di un meccanismo definitivamente dimostrato.
Perché i capelli diventano grigi o bianchi
Il colore di ogni nuovo capello dipende dall’attività dell’unità pigmentaria del follicolo. Con l’età questa capacità si deteriora: vengono prodotti e trasferiti sempre meno pigmenti, fino alla crescita di capelli sostanzialmente privi di melanina.
Un ruolo importante è svolto dalle cellule staminali dei melanociti (McSC), che costituiscono la riserva da cui derivano nuove cellule pigmentanti durante i successivi cicli del follicolo.
Nel 2023 uno studio pubblicato su Nature ha mostrato nei topi che queste cellule sono molto più dinamiche di quanto si pensasse: possono spostarsi tra differenti compartimenti del follicolo e passare reversibilmente attraverso diversi stati di maturazione. Con l’invecchiamento, una quota crescente può rimanere “bloccata” in zone nelle quali non riceve i segnali necessari per generare melanociti pigmentanti.
È un risultato importante, ma con un limite da non perdere di vista: lo studio è stato eseguito principalmente in un modello murino. Una revisione del 2026 sulla biologia delle McSC ribadisce quanto questi modelli siano utili per studiare l’incanutimento, senza implicare che ogni dettaglio sia già dimostrato nell’uomo.
Anche il ciclo di crescita del capello è rilevante: la pigmentazione deve essere ricostituita quando il follicolo produce un nuovo fusto durante la fase di crescita.
Lo stress fa davvero diventare bianchi i capelli?
Qui la risposta richiede una distinzione tra esperimenti sugli animali e dati sull’uomo.
Nel 2020 uno studio su Nature ha dimostrato nei topi un meccanismo preciso: uno stress acuto può attivare intensamente il sistema nervoso simpatico, provocando il rilascio di noradrenalina nella nicchia delle cellule staminali dei melanociti. Le cellule vengono spinte a proliferare e differenziarsi rapidamente fino all’esaurimento della riserva, con conseguente perdita di pigmentazione.
Nell’uomo le prove sono molto più limitate. Uno studio pubblicato su eLife nel 2021 ha analizzato 397 capelli provenienti da appena 14 persone e ha documentato rari casi in cui singoli capelli bianchi recuperavano pigmentazione. In alcuni partecipanti le variazioni temporali coincidevano con periodi di maggiore o minore stress psicologico.
È un’osservazione interessante, non la dimostrazione che ridurre lo stress faccia tornare scuri i capelli bianchi. Gli stessi autori sottolineano la rarità della repigmentazione osservata e le dimensioni ridotte del campione.
Capelli bianchi e melanoma: attenzione alle semplificazioni
Un’altra ricerca, pubblicata su Nature Cell Biology nel 2025, ha osservato nei topi che differenti tipi di danno al DNA possono indirizzare le cellule staminali dei melanociti verso destini opposti: esaurimento e incanutimento in alcune condizioni oppure mantenimento e proliferazione in presenza di determinati segnali cancerogeni.
Il risultato aiuta a studiare i rapporti tra invecchiamento cellulare e tumori, ma non dimostra che avere i capelli bianchi protegga una persona dal melanoma. Trasformare uno studio sui meccanismi cellulari murini in questa conclusione clinica sarebbe scorretto.
Un test del DNA può prevedere il colore dei capelli?
Le varianti genetiche possono essere utilizzate per costruire modelli che stimano la probabilità di determinate caratteristiche pigmentarie. Una previsione genetica, però, non equivale a leggere nel DNA un colore già scritto in modo univoco.
Le prestazioni dipendono dalle varianti considerate, dalla tonalità che si vuole distinguere e dalle popolazioni sulle quali il modello è stato sviluppato e validato. Le tonalità intermedie possono inoltre essere più difficili da classificare.
Per questo un test non può garantire con certezza quale preciso colore di capelli avrà un bambino. È un buon esempio della differenza tra test destinati a identificare relazioni o specifiche varianti e analisi di tratti complessi; una distinzione approfondita nella nostra panoramica sui diversi tipi di test del DNA.
Quando un cambiamento di colore merita attenzione
La comparsa graduale dei capelli bianchi con l’età è un fenomeno fisiologico e l’età di esordio varia molto da persona a persona, anche per motivi familiari e genetici.
Un incanutimento insolitamente precoce, molto rapido oppure associato ad altri cambiamenti dei capelli o della cute può invece essere valutato da un dermatologo. La letteratura ha descritto associazioni tra canizie prematura e diversi fattori medici o nutrizionali, ma un capello bianco, da solo, non permette di diagnosticare una carenza o una malattia. Una revisione dermatologica del 2025 sottolinea proprio la natura multifattoriale del fenomeno.