Diagnosi e cura della sindrome di gorlin

Cos’è la sindrome di Gorlin?

La Sindrome di Gorlin o sindrome del carcinoma basocellulare nevoide (NBCCS), scoperta nel 1960 da Gorlin e Goltz, è un raro disordine ereditario a trasmissione autosomica dominante, che si manifesta con anomalie di sviluppo e predisposizione a vari tipi di tumori. 

In Italia colpisce 1 individuo su 256.000. 

Tale patologia esordisce durante l’adolescenza o comunque nell’età giovanile ed evolve per tutta la vita, è causata dalle mutazioni del gene PTCH con alterazioni cutanee, ossee, oculari, nervose ed endocrine.

La malattia può causare carcinomi basocellulari multipli, cheratocisti odontogene della mascella, l’ipercheratosi del palmo delle mani e della pianta dei piedi, anomalie scheletriche, calcificazioni ectopiche endocraniche e dismorfismi facciali. 

Ad oggi non esiste una cura vera e propria, la gestione della patologia prevede la sorveglianza dermatologica. È possibile effettuare la rimozione chirurgica delle lesioni solo quando queste sono limitate. Altri interventi possibili comprendono l’asportazione mediante laser, la terapia fotodinamica e la chemioterapia topica. 

Diagnosi della sindrome di Gorlin

Non esiste attualmente un vero metodo di diagnosi se non accorgersi della manifestazione dei sintomi. Le cheratocisti odontogene recidivanti (KCOT) rappresentano il vero campanello di allarme della sindrome in quanto si verificano dal 66% al 90% dei casi. Il loro riscontro è generalmente casuale durante lo svolgimento di un’ortopanoramica o di una teleradiografia. Di regola asintomatiche, danno manifestazione di sé in caso di sovrainfezione, compressione nervosa, mobilità dentaria o sanguinamento. 

La sindrome di Gorlin è anche caratterizzata da calcificazioni ectopiche del sistema nervoso centrale, quali la calcificazione lamellare della falce cerebrale, del tentorio cerebellare, della sella turcica, e del suo diaframma.  

Cause genetiche della sindrome di Gorlin

Studi genetici hanno dimostrato una correlazione tra l’insorgenza della sindrome e un’alterazione a livello del gene PTCH (9q22.3) che codifica una proteina transmembrana, con funzione di oncosoppressore. 

Quando la proteina PTCH si lega con il messaggero SHH (Sonic Hedgehog), interrompe la propria azione inibitoria che ha su un’altra proteina transmembrana, SMO (Smoothened), la quale attiva i fattori nucleari di trascrizione. 

Cura della sindrome di Gorlin

Attualmente non esiste una terapia vera e propria, è possibile gestire la malattia tramite una sorveglianza dermatologica intensiva e lo screening annuale per il medulloblastoma fino all’età di 8 anni, poi attraverso un approccio combinato che comprende la chirurgia associata alla crioterapia, alla laserterapia, alla terapia fotodinamica e ai trattamenti topici.

La rimozione chirurgica delle lesioni è possibile ma dato l’elevatissimo numero risulta spesso sconsigliata. Per questo motivo viene spesso preferita la terapia medica con somministrazione locale di Imiquimod o di 5-Fluorouracile.

Si raccomanda di evitare la radioterapia, che può causare la disseminazione dei BCC ad anni di distanza, mentre le anomalie ossee possono essere corrette con un approccio multidisciplinare. 

Esiste un solo farmaco, per via sistemica, registrato per la terapia dei basaliomi inoperabili: il vismodegib, un inibitore della via di segnalazione Hedgehog che ha però numerosi effetti collaterali. 

È stimato che alcuni soggetti con malattia grave possono andare incontro a oltre 50 interventi chirurgici l’anno per l’asportazione dei tumori, con un importante impatto sulla qualità di vita: vi è dunque la necessità di disporre di farmaci per via locale con analoga efficacia.

Un nuovo studio: il Patidegib

Il patidegib è un farmaco topico che è in fase di sperimentazione ed ha come obiettivo la riduzione del carico tumorale in persone affette dalla sindrome di Gorlin. 

Questo medicinale ha già mostrato un’ottima efficacia in uno studio di Fase II condotto nel Regno Unito, inducendo una remissione completa dei basaliomi dopo sei mesi in più del 25% dei pazienti trattati e un tasso di sviluppo di nuovi basaliomi eleggibili al trattamento chirurgico significativamente inferiore, dopo due settimane, rispetto al gruppo di controllo, con un’ottima aderenza al trattamento da parte degli stessi pazienti.