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delitto via poma

Lo strano caso di via Poma

Dopo più di 25 anni l’omicidio rimane senza un movente, senza un’arma del delitto e, soprattutto, senza  l’identità dell’ assassino. Le cause di questo mistero irrisolto? Riconducibili all’imperizia della polizia scientifica dell’epoca, alla bravura (?) e/o all’imprecisione (?) dei periti del giudice e delle parti chiamati ad investigare ed in ultima istanza alla trasformazione delle indagini in un processo mediatico, tale da rendere tutto l’ambiente carico di pressioni, non facendo lavorare nel modo migliore le parti chiamate in causa.

Simonetta Cesaroni
Simonetta Cesaroni (foto dal web)

I misteri di via Poma

  1. Perché tra gli effetti personali della Cesaroni era presente un agendina di Vanacore?
  2. Perché non è stata fatto un test del DNA di esclusione con tutti i possibili soggetti entrati in contatto con la scena del crimine, dato che le tracce di sangue rinvenute sulla porta e sul telefono hanno un DNA che sembra essere riconducibile a 3 diversi soggetti maschili?
  3. Come è possibile che in quello stesso stabile nel 1984 fu uccisa Renata Moscatelli ed anche in quel caso non fu trovato l’assassino?

Chi era Simonetta?

La Cesaroni era una ragazza di venti anni, dal 1988 aveva una relazione sentimentale con Raniero Busco e, lavorava come contabile nello stabile sito in via Carlo Poma a Roma, il cui portiere era il sig. Pietro Vanacore ed in cui abitava il famoso architetto Cesare Valle.

L’ultimo giorno in vita

Simonetta, verso le 15:00 del 7 agosto 1990, esce di casa per raggiungere gli uffici di via Carlo Poma, dove passerà il resto della giornata da sola, in quanto è l’unica dipendente a lavorare quel giorno e allo stesso tempo gli uffici erano chiusi al pubblico. Rimane d’accordo col suo capo per una chiamata intorno alle 18-18.30 per aggiornarlo sullo stato dei lavori ma tale conversazione non avverrà mai. L’ultima testimonianza di Simonetta viva risale ad una chiamata effettuata da un collega alla Cesaroni intorno alle 17.35 per questioni lavorative. Non essendo rientrata a casa nel solito orario di cena, la famiglia
si preoccupa e si attiva per le ricerche. Alle 23.30 circa, la sorella Paola e il suo fidanzato, accompagnati dalla moglie del portiere troveranno il corpo senza vita di Simonetta, nel suo ufficio in via Poma.

La scena del crimine e la ricostruzione degli eventi

Simonetta Cesaroni è stata uccisa con 29 coltellate tra le 18 e le 19 di sera. Il corpo era supino, indossava il reggiseno abbassato sui capezzoli e, sul ventre era appoggiato il corpetto, che abitualmente indossava sopra il reggiseno: il capo non era sporco di sangue (al contrario del reggiseno), circostanza da cui si deduceva che non fosse indossato al momento dell’omicidio, ma fosse stato depositato successivamente. In un angolo della stanza erano allineate le scarpe slacciate.

La porta degli uffici era stata chiusa a chiave e i locali ripuliti e ordinati dopo il delitto. Alcuni indumenti e oggetti della vittima sono stati trafugati e mai più ritrovati. Verranno rilevate tracce ematiche sulla porta dell’ufficio e sul telefono.

26 anni di indagini, zero risposte

Il primo ad essere accusato del barbaro omicidio è il portiere dello stabile, Pietro Vanacore. L’anziano portiere non possiede un alibi nell’orario presunto dell’assassinio e vengono trovate delle macchie di sangue sospette sui suoi pantaloni. Vanacore verrà presto scagionato poichè le tracce ematiche sui pantaloni sono le sue (soffre infatti di emorroidi) e, il DNA ricavato dal sangue presente sulla maniglia della porta non è compatibile col suo.

Pietro Vanacore muore suicida il 9 marzo 2010, a ridosso del processo a carico di Raniero Busco in cui era chiamato a testimoniare, dirà poi il legale di Busco su tale vicenda: “La morte di Vanacore è troppo vicina alla scadenza processuale per non essere collegata. E sicuramente lui non se l’è sentita di testimoniare. Lui ha vissuto con rimorso sulla coscienza questa storia, e non perché lui fosse l’autore dell’omicidio, ma perché sapeva. Evidentemente, però, non poteva parlare neanche a distanza di anni.”

Il secondo indagato, Federico Valle

Nel marzo del 1992 un informatore della polizia, Roland Voller, che si dimostrerà essere poi un truffatore che ha rivelato false informazioni, accusa Federico Valle dell’omicidio di via Poma. Il Valle avrebbe ucciso Simonetta in quanto avrebbe scoperto la relazione tra la ragazza e suo padre, il figlio dell’architetto Cesare Valle. Oltre a ciò Pietro Vanacore e sua moglie avrebbero aiutato l’architetto a coprire l’omicidio commesso dal nipote.

I periti chiamati ad indagare sui reperti della maniglia della porta arriveranno a questa conclusione: “…le tracce sulla porta erano di gruppo A, Gm a+, DQ alfa 1.1/4, appartenenti ad un individuo di sesso maschile. Il gruppo sanguigno della Cesaroni era di gruppo 0, Gm a+b+ DQ alfa 4-4. Il gruppo sanguigno del Valle invece era di gruppo A DQ alfa 1.1/1.1, per cui era stato dichiarato incompatibile per la traccia ematica sulla porta…i consulenti del PM avevano tuttavia avanzato l’ipotesi, molto remota, che la traccia di sangue sia una commistione di sangue tra il Valle e la Cesaroni, comprovando questa ipotesi con diversi esperimenti di laboratorio.”

Nel 1993 Federico Valle viene prosciolto da ogni accusa per mancanza di prove, rigettando tutte le accuse.

L’ultimo tentativo per trovare l’assassino, Raniero Busco

L’ultimo ad essere indagato è il fidanzato dell’epoca della Cesaroni, Raniero Busco. Sul corpetto e sul reggiseno della vittima fu ritrovato il suo DNA oltre ad un morso sul seno riconducibile al Busco. Oltre a questo mancava un alibi convincente e il movente era riconducibile alla tensione nel rapporto con la Cesaroni.

Nel gennaio 2011 Busco viene condannato in primo grado a 24 anni di carcere. Ma il ricorso in appello prima, e la cassazione poi scagioneranno definitivamente l’imputato.

Il DNA ritrovato era si di Busco, ma non è possibile determinare se sia stato depositato sugli indumenti della Cesaroni il giorno dell’omicidio, i due infatti avevano avuto un rapporto sessuale tre giorni prima e la mamma di Simonetta era solita lavare a mano gli indumenti e soprattutto non può giurare con assoluta certezza che la figlia abbia indossato biancheria pulita. Inoltre il DNA rinvenuto sulla porta ed inizialmente attribuito a Busco, ad una indagine più approfondita risulta essere composto da 3 diversi individui maschili non riconducibili al Busco.

Il morso sul seno non è una prova valida, in quanto non vi è accordo nella comunità scientifica internazionale sull’idoneità dell’analisi  “bite-mark” . Infine il movente presentato dall’accusa è fondato solo su congetture mentre l’alibi di Busco verrà accertato da documenti ufficiali che comprovano la non presenza del Busco nell’orario indicativo dell’omicidio.

Via Poma: un caso irrisolto

Rimane molta amarezza, sopratutto per la famiglia della Cesaroni, che dopo ventisei anni ancora non è riuscita a dare un volto al carnefice di Simonetta.

Il pool di investigatori, giudici ed esperti chiamati in causa non ha potuto lavorare nelle migliori condizioni data la risonanza del processo mediatico che ha messo pressione all’ambiente per trovare “un” colpevole invece di trovare “il” colpevole.

Gli errori del passato si ripetono nel presente

Fra i tanti quesiti irrisolti c’è da chiedersi perché non è stato fatto un test del DNA di esclusione con tutti i possibili soggetti che sono entrati in contatto con la scena del crimine, in quanto, come risulta dagli atti della sentenza di cassazione di Busco, il DNA trovato sulla porta e sul telefono corrisponde a tre individui maschili mai identificati.

Considerando i condomini, le forze dell’ordine intervenute e persone terze coinvolte, forse si arriva ai 300 test (un numero irrisorio se si pensa che per il caso di Yara Gambirasio sono stati fatti test del DNA a tutti gli abitanti del paese della vittima), che, precisiamo, non è detto portino a scoprire l’identità delle tracce trovate, ma, dato il lavoro maldestro svolto all’epoca dei fatti, si poteva chiarire una volta per tutte la possibilità che siano avvenute contaminazioni sulla scena del crimine.

Lo sciagurato lavoro svolto dalle forze dell’ordine sul primo sopralluogo dell’epoca ha condizionato poi tutte le indagini successive, ma questo è dovuto alla mancanza di un’adeguata formazione di professionisti sul campo infatti, tale errore si presenterà nuovamente anche nell’omicidio di Meredith Kercher.

Per risolvere tale problema, da diversi anni le forze dell’ordine, coadiuvate da esperti forensi, stanno formando del personale qualificato e preparato ad intervenire per “congelare” senza modificare la scena del crimine.